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L’11 settembre dell’industria nucleare

2 Mag 2011

“E dopo Fukushima, per le banche prestare soldi per costruire centrali nucleari è diventato davvero troppo rischioso”. Il commento è dello studioso francese Mycle Schneider, consulente sull’energia e la politica nucleare.
“L’11 marzo sarà ricordato come l’11 settembre per l’industria nucleare – spiega l’esperto – un settore che è sempre stato consapevole di non potersi permettere una ‘nuova Chernobyl’ e che invece deve affrontare una crisi a Fukushima che avrà un impatto anche peggiore”. Non è campato per aria il giudizio di Mycle Schneider sull’emergenza di Fukushima. Schneider è uno degli autori del rapporto Nuclear Power in a Post-Fukushima World del Worldwatch Institute sulle prospettive del nucleare, presentato nel corso di una conferenza stampa a Berlino. Lo studioso smonta le obiezioni legate alle ricadute di un addio al nucleare in termini di Pil e di posti di lavoro: “L’impatto sarebbe minimo. Quella nucleare è una industria che genera pochi posti di lavoro, o per brevi periodi – come nel caso della costruzione delle centrali – o molto costosi”.
Quanto al futuro, il timore di Schneider “è che non abbiamo ancora visto il peggio. A Fukushima ci sono 35 tonnellate di combustibile ma se consideriamo il sito francese di La Hague, dove l’Italia ha inviato le sue scorie nucleari, è come se ci fossero 100 reattori…”.
Così, a proposito della decisione del governo italiano di rimandare la discussione di qualche anno, Schneider la definisce “un modo per far passare l’acqua sotto i ponti”. Ma, conclude Schneider, “è ridicolo pensare che in pochi anni si potranno avere miglioramenti sul fronte della sicurezza”.

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