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Sono le madri le nuove povere d’Italia

20 Mag 2010

A cura di Manuela Perrone

Diventare madre uguale diventare povera. L’equazione sembra calzare drammaticamente anche all’Italia: se le famiglie povere sono l’11,3% del totale, la quota sale al 15,4% per i nuclei con un figlio piccolo, al 16,5% con due figli e al 26,1% se i figli sono almeno tre, di cui almeno uno minore. Segno che la matemità può diventare causa di povertà per molte donne oltre a far calare i livelli occupazionali femminili. Nella penisola si contano 1,678 milioni di mamme povere, l’ 8,73% di tutte le madri italiane. Circa un milione ha un figlio minorenne. L’86,3% vive in coppia, il 7,5% è sola, il restante 6,2% fa parte di famiglie allargate. Ed è al Sud che abita la percentuale più alta di mamme povere. La fotografia arriva da un rapporto Cittalia-Fondazione Anci ricerche, realizzato per Save the Children e redatto da Laura Chiodini. Rapporto che peraltro non contiene dati specifici sulla povertà delle madri immigrate, le più colpite dalla crisi: il tasso di disoccupazione, per loro, è cresciuto del 15% soltanto nel quarto trimestre dello scorso anno. Mancanza di lavoro e povertà camminano a braccetto anche per le italiane. il solco che ci divide dalle donne dei principali Paesi Ue continua ad approfondirsi: nel terzo trimestre 2009 il tasso di occupazione femminile europeo, pari al 58,7%, è sceso di pochi decimi di punto. Quello italiano si è fermato al 46,1 per cento. Il divario cresce all’aumentare del numero dei figli: il tasso di occupazione in assenza di bimbi è pari al 65%, scende al 60,6% con un figlio, al 54,8% con due figli e crolla al 42,6% quando i figli sono almeno tre. Una differenza di 22 punti percentuali che non ha pari in Europa: in Olanda è di soli 12 punti, in Germania e nel Regno Unito i livelli di occupazione delle mamme di tre figli sono comunque più elevati. Come mai? Una risposta sta nella scarsa diffusione, in Italia, di forme flessibili di lavoro. Il tasso di occupazione part-time delle mamme con tre figli è pari al 40% circa, inferiore di cinque punti rispetto a quello medio europeo. Nel Regno Unito è del 64,4%, in Germania del 77,7%, in Olanda arriva all’85%. Per non parlare del telelavoro: nel nostro Paese quasi non ce n’è traccia in generale (nel 2008 riguardava appena il 4,9% delle donne tra 25 e 54 anni, il 5,2% di quelle con due figli e il 7% di quelle con almeno tre figli). Il tasso medio Ue di occupazione con “lavoro da casa” è pari al 17,5% per le donne con tre figli; in Francia è poco meno del 20%, in Gran Bretagna sfiora il 25 per cento. Non favorire il lavoro delle madri significa condannare loro alla povertà e l’intera famiglia all’impoverimento progressivo. Non è un caso che le mamme povere in coppia 1,291 milioni, di cui 865mila con almeno un figlio under 18 – si caratterizzano per l’elevata presenza di casalinghe, di donne che non hanno mai lavorato e non sono alla ricerca di lavoro (soltanto il 23,9% ha un’occupazione). Non è un caso neppure che sia occupato soltanto il 32,7% delle madri sole – “una delle attuali principali traiettorie di impoverimento grave”, si legge nel rapporto -, per di più in genere in bassi profili professionali. Soprattutto per loro le politiche e i servizi di conciliazione assumono un’importanza cruciale. Asili nido in testa, che però continuano a latitare: i dati aggiornati a fine 2008 confermano che siamo ancora molto lontani dall’obiettivo fissato dall’Ue a Lisbona che prevede di raggiungere, entro il 2010, una copertura minima per almeno il 33% dei bimbi con meno di tre anni. In fondo è un circolo vizioso: la mancanza di servizi di cura per la prima infanzia, accessibili a costi ragionevoli, spinge molte mamme fuori dal mercato del lavoro. E perpetua la tradizionale divisione dei ruoli (donna a casa, uomo fuori): in Italia nel 37,2% delle coppie con donne tra i 25 e i 54 anni lavora solo il marito, contro il 24,9% della media Ue. Ma che cosa, si intende per “madri povere”? E presto detto: il 19,3% nel 2008 ha faticato ad arrivare a fine mese. Un terzo non ha potuto far fronte a una spesa improvvisa di 750 euro. Il 2,2% non ha potuto onorare regolarmente i propri debiti. Il 15,4% non è stato in grado di pagare con regolarità le bollette, l’ 11,4% non ha potuto riscaldare adeguatamente la casa durante l’inverno. E ancora: sei su cento non hanno avuto soldi per comprare da mangiare, quasi Il non hanno potuto permettersi visite mediche, per sé o per i figli, il 20,5% non ha potuto acquistare vestiti necessari. Tutti «indicatori di deprivazione» che sono più marcati nel Mezzogiorno. Una consolazione c’è. “Le biografie di queste mamme – sottolineano le conclusioni del rapporto – ci consegnano soggetti forti, dotati di risorse e di tenacia, che non gettano la spugna nemmeno quando affrontano, in solitudine, le più gravi condizioni di privazione”. Competenze che aspettano soltanto di essere valorizzate.

(dal Sole 24 Ore del 18-5-2010)

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