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Una Legge partecipata? Ma solo a “giochi fatti”

2 Lug 2015

Arriva Donata Lenzi ma la matassa della riforma del Terzo settore resta ancora in parte tra luci e ombre. Nella sala del Buonarrivo, nella sede della Provincia nel cuore di Rimini, partecipano alcuni rappresentanti dell’associazionismo locale all’incontro del 19 giugno e merito dell’onorevole, firmataria del disegno di legge, è avviare il confronto tra legislatore e utenti, rappresentati da associazioni, operatori e addetti ai lavori…

L’impressione di fondo è che al Senato (dove la Riforma è attualmente in discussione) ci saranno cambiamenti sull’impianto legislativo approvato alla Camera. Resta ancora da chiarire il non facile problema del reperimento delle risorse mancanti. A incidere su questo “calo” è stata sicuramente la variazione del finanziamento previsto inizialmente dalla Legge per il Fondo Speciale per il Volontariato e sensibilmente diminuito dalle deroghe restrittive attuate dai diversi governi succedutisi. Una scure che ha colpito secondo la regola che vuole che sia il Welfare a stringere per primo la cinghia. E poi, la crescita di Csv e associazionismo nel Sud del Paese mentre le Fondazioni bancarie hanno una copertura sufficiente solo nel Nord Italia.

Altro nodo mai definito in maniera chiara, sinora, è il futuro dei Csv dove le tranquillizzanti affermazioni sull’importanza del loro ruolo e della “territorialità” sembrano più la classica pacca sulle spalle che una conferma…

In ogni caso per la prima volta si cerca di rivedere, tramite la riforma, tutto il Terzo settore, per creare un codice unico di riferimento sull’“essere non profit”.

Si tratta di un percorso lungo e a tappe  –  afferma Donata Lenzi, in occasione dell’incontro – che necessita di un’importante riflessione e dibattito nel paese: all’interno dei Centri di Servizio per il Volontariato, ma anche nelle stesse associazioni”.

Si parte dalla definizione di terzo settore

Non basta essere “non profit”, categoria che di per sé comprende qualunque tipo di associazione di persone riunitesi anche semplicemente per condividere un hobby. Ecco perché nella legge si parla di terzo settore come “il complesse di enti privati senza scopo di lucro con finalità civiche e solidaristiche”.

Dove civiche – spiega la Lenzi – si riferisce alla dimensione dei beni comuni (difesa della cultura, del patrimonio ambientale ecc.) e solidaristiche a quelle attività che mirano a migliorare le condizioni di altre persone”.

Nella definizione di Terzo settore si richiede anche di specificare meglio le attività, che non devono solo corrispondere a dichiarazioni di principio ma tradursi anche in fatti concreti. In questo senso le parole chiave sono gratuità e produzione di beni e servizi, con finalità sociali e mutualistiche.

Associazionismo e volontariato

Non è facile ridefinire il confine tra organizzazioni di volontariato (Odv) e associazioni di promozione sociale (Aps). Un’esigenza in particolare emersa dalle Aps che, al momento, non godono di tutti i benefici fiscali riconosciuti alle prime. Non solo. Va ripensato anche l’istituto dell’impresa sociale, che al momento non sembra soddisfare le esigenze emerse.

Abbiamo necessità di distinguere tra le associazioni che hanno un fatturato di 30mila euro da quelle con centinaia di migliaia di euro. Va chiarito il confine, non possono essere trattate alla stessa stregua. Dobbiamo difendere la peculiarità tutta italiana del piccolo associazionismo rappresentato dalle Odv che, spesso, costituiscono la linfa di questo paese. Non dimentichiamo che il non profit è l’unico settore cresciuto nel 2015”.

Centri di servizio

La deputata riconosce che i Centri di Servizio per il Volontariato (Csv) sono stati una grande intuizione della legge 266.

Già diversi Csv sono gestiti da realtà miste – spiega la Lenzi – per questo nella legge si è sfumata la parola ‘gestiti’ sostituendola con ‘promossi dalle Odv’. Ma questo è ancora oggetto di discussione. Va poi riconosciuta la dimensione territoriale in quando i Csv devono supportare il piccolo associazionismo, le grandi organizzazioni, se entrano nei Centri di Servizio, è più per dare una mano. In questa direzione è importante animare il dibattito nel paese. Io farò la mia parte in Parlamento”.

Non previsto, poi, normativamente, il sistema nazionale del Centri di Servizio, come voluto da CSVnet, perché secondo la deputata questa deve essere il risultato di un processo democratico che arriva dal basso e non deciso a priori nella legge.

Il rischio è che poi succeda quello che sta succedendo per il 5 per mille, i primi 10 enti più grandi si mangiano gran parte della torta…”

Riconosciuto poi ai Centri un margine decisionale sullo stanziamento di budget per la progettazione sociale ed europea, questo per permettere di cogliere quelle occasioni che spesso non coincidono con le tempistiche degli attuali Comitati di Gestione (Co.Ge).

A mio avviso non devono essere i Csv a svolgere la funzione di controllo, come auspicato dal sottosegretario Bobba. Il rischio è infatti che ognuno certifichi se stesso. Il ‘controllo’ deve essere in capo a un ente pubblico. Penso ai Centri di Servizio – conclude la deputata – come una sorta di patronati, anche per intercettare eventuali forme alternative di finanziamento tramite il ministero del Lavoro”.

In allegato:

“I Csv nel progetto di riforma del Terzo settore” – considerazioni Csvnet dopo il passggio alla Camera
“I Csv nel progetto di riforma del Terzo settore” – proposta emendativa Csvnet
Relazione in aula di Donata Lenzi
Relazione in aula di Stefano Lepri

Visualizza i video sull’incontro

 Donata Lenzi Riforma Terzo settore incontro Rimini

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