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Siamo nati per essere felici

16 Giu 2026

Siamo nati per essere felici” è la sfida che Loredana e Matteo (nella foto), volontari di Scintille di Fede, portano nelle scuole. Il progetto, che ha raggiunto in soli tre anni oltre duemila studenti, vuole diffondere un messaggio di luce anche là dove il buio è più fitto, per restare in piedi quando tutto trema. Quello che i volontari cercano di trasmettere è che mentre il dolore è qualcosa che attraversa la vita, la felicità è una scelta di coraggio che si rinnova giorno dopo giorno: non annulla i sentimenti più cupi ma insegna a cercare nuovi spiragli e punti di vista per sopravvivere quando la tempesta ti attraversa.

Un insegnamento che a Loredana viene da lontano: “Studiavo Lettere a Catania – racconta – qui ho conosciuto un’associazione che si occupava dei bimbi di San Cristoforo, un quartiere tra quelli con la più alta concentrazione mafiosa. Alcuni parlavano solo in dialetto, provenivano da famiglie complesse e non si fidavano degli adulti. Noi volontari li aiutavamo nei compiti coinvolgendoli in tante attività. Quando capivano che eravamo lì per loro, per ascoltarli, non si staccavano più… Il nostro compito era mostrare loro la possibilità di una vita diversa… Alcuni hanno colto l’opportunità e si sono anche iscritti all’Università. Con loro sono cresciuta tanto”.

La forza di quei bambini Loredana non l’ha più dimenticata. A distanza di tempo, da adulta, ha trovato una via diversa insieme a suo marito Matteo, quando la vita li ha messi a dura prova, otto anni fa con la scomparsa del figlio.

Federico – ricorda Loredana – era solare, adorava stare con gli altri, non era geloso dei suoi giochi, li regalava per far giocare tutti. Noi dovevamo diffondere il suo messaggio di gioia e di allegria, tutto quello che lui ci aveva insegnato. I bimbi di San Cristoforo mi hanno fatto capire che si può cambiare il modello di vita, loro sono riusciti a migliorare il loro quartiere e anche noi, con Scintille di Fede, vogliamo fare lo stesso. Vite facili non le ha nessuno, ma possiamo tentare di cercare anche nel dolore più estremo la bellezza collaterale”.

Spiega Matteo: “L’obiettivo del progetto non è narrare un addio, ma condividere una scoperta: il dolore, se accolto, può essere un maestro. Nelle aule non si parla di fine, ma di nuovi inizi. I ragazzi imparano che la sofferenza non è un vicolo cieco, ma un terreno su cui costruire una consapevolezza più profonda. Proprio i momenti più difficili, se guardati senza paura, possono diventare il motore per migliorare la propria esistenza e scoprire una forza interiore inaspettata”.

A scuola il tutto si traduce sempre in una nuova magia: “Abbiamo un canovaccio – ci tiene a sottolineare – ma ogni volta la strada che percorriamo è diversa. Portando i nostri esempi e le nostre storie stimoliamo i ragazzi, che diventano i veri protagonisti e il dibattito si estende anche dopo, in classe. A quell’età hanno le antenne e si accorgono immediatamente se sei autentico, solo in quel momento si aprono. Non ci si annoia mai. Per fare un esempio concreto, una volta ho raccontato una mia esperienza al ristorante, dove notavo una coppia che non si parlava perché ognuno aveva il telefono in mano, il punto era però che, mentre facevo loro questa critica, mi sono accorto che avevo il telefono in mano anche io. Da lì una bambina delle elementari si è aperta e ci ha raccontato che aveva chiesto al papà per il compleanno di trascorrere un giorno con lei senza il telefonino”.

Per scegliere un modello di vita, devi prima capirne le differenze. Nelle due ore a disposizione è questo quello che tentano di fare Loredana e Matteo, partendo da storie vere, come quella dell’atleta paraolimpica Bebe Vio, in cui la persona per ripartire non si concentra su quello che le manca ma su quello che ha.

Una volta un ragazzino alle medie – riprende Loredana – mentre riflettevamo sul fatto che le cose materiali danno una felicità solo momentanea, che finisce, in maniera provocatoria ci ha detto che senza soldi non si va da nessuna parte. Matteo allora, provocatorio a sua volta, ha chiesto alla classe quanto secondo loro ci pagavano per essere lì. Hanno sparato varie cifre e quando gli abbiamo detto che non solo non prendevamo niente ma avevamo anche chiesto un giorno di ferie sono rimasti spiazzati, abbiamo semplicemente mostrato un altro modello, differente da quello da loro conosciuto che recita ‘non si fa niente per niente’”.

Il messaggio che cercano di trasmettere con il loro volontariato è che la ricerca della felicità è un allenamento costante e continuo, una palestra, in cui imparare a vivere in un modo completamente differente, sperimentando diversi modelli possibili. Per loro il volontariato è piantare questo semino che, un giorno, si spera germoglierà.

La cosa più bella che mi hanno detto? Una bimba indicandomi: mamma quella è la signora della felicità”. Conclude Loredana.

Per prendere contatto con l’associazione: scintilledifede@gmail.com

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